giovedì 21 maggio 2026

Destini incrociati: Stengel, ufficiale e gentiluomo, Berteu da Dragone del re a cospiratore ribelle

Leonello Oliveri

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A volte la storia incrocia in modo paradossale i destini di persone molto diverse.E’ il caso

dei due personaggi di cui scriviamo in questo post, entrambi militari, entrambi vissuti e morti in circostanze drammatiche alla fine del ‘700
Il primo fu un generale napoleonico, Henri Christian Marie De Stengel (Neustadt an der Weinstrasse, 11 maggio 1744, Mondovì 28 aprile 1796).Guardiamo un veloce flash sulla sua vita, anzi suoi ultimi giorni.

Siamo fra il 19 e il 23 aprile 1796, in piena prima campagna napoleonica in Italia

In quei giorni il castello dei marchesi Del Carretto di Lesegno (Cn.) deve aprire le sue sale ad un nutrito gruppo di visitatori non molto graditi, tanto meno invitati: sono ufficiali e soldati francesi dell’armata napoleonica d’Italia, con il loro comandante in capo, il generale Bonaparte.
Reduce dalle vittoriose battaglie di Montenotte, Cosseria, Dego e Pedaggera (quest’ultima in realtà non proprio vittoriosa, ma comunque positiva, visto che le truppe piemontesi si erano sì ritirate, ma dopo aver respinto tutti gli assalti) l’esercito francese supera Ceva dirigendosi verso Mondovì e gli scontri (San Michele, Bricchetto etc.) che ancora lo attendono prima di poter vittoriosamente concludere la rapida Campagna d’Italia.

Arrivati a Lesegno, i soldati si sparpagliano fra le case, sottoposte a saccheggio
A Lesegno, nel castello del marchese Gerolamo Brunone Del Carretto (ma a gestire poi la situazione a quanto pare sarà anche la moglie, la 37enne marchesa Luisa Pallavicino di Ceva) dilaga una fiumana di soldati e ufficiali.
Degli avvenimenti di quei giorni la Marchesa lascerà un resoconto minuzioso nel suo diario, di cui il marito curerà la stesura.
Il 19 aprile i soldati francesi penetrano quindi nel castello del marchese. La stessa cosa era successa, stava succedendo e succederà in centinaia di altre case, senza lasciare traccia, a parte spesso la devastazione, talora qualche morto.
Arriva anche Bonaparte. La Marchesa “va da lui attraverso i cavalli”, offre la sua casa trasformando così gli invasori in ospiti e chiede la sua protezione. Ma l’incontro è uno di quelli che danno poca soddisfazione, Bonaparte “parle fort peu, dit qu’il n’a besoin de rien. Entre et sort plusieures fois, s’arrete fort peu, remonte à cheval ne revient plus le soir”.
Poco dopo nel castello arrivano anche, e vi vengono alloggiati, i generali di cavalleria Stengel e Beaumont, entrambi ex nobili. Ciò garantisce una certa protezione: la solidarietà fra nobili (quella solidarietà che sui campi di battaglia portava a trattamenti diversi, per es., nei confronti dei prigionieri: gli ufficiali, come nel caso di Cosseria, rifocillati e rinviati a casa “sulla parola”, i poveri soldatini inviati, pedibus calcantibus, in Francia) funziona anche nell’Armée della Rivoluzione, che nel 1796 sta già avviandosi a diventare l’Armée di Napoleone. Intanto, fuori, i contadini e i paesani, meno fortunati, sono saccheggiati.
Nel castello arriva l’eco degli scontri intorno a San Michele di Mondovì: i Piemontesi (anzi, ces diables de Piemontois) si battono bene, riconoscono gli ufficiali francesi, ils n’ont pas perdu un pouce de terrain.
Il 20 aprile continuano le violenze nel paese: ”le pillage continua, les desordres se multiplioient, les maisons etoient débarassées et tout le bétail emmené au egorgé” scriverà Luisa Pallavicino. I contadini si rivolgono al marchese, che rappresenta pur sempre l’autorità, che ospita – obtorto collo - gli ufficiali dell’esercito invasore. E il marchese si fa portavoce delle sofferenze dei paesani, interviene come può, chiedendo agli ufficiali francesi di fare qualcosa.
Nella notte fra il 20 e il 21 aprile tutto lo stato maggiore francese è nel castello: l’agitazione è grande, la marchesa non va a dormire. Va da lei Stengel che l’avverte del prossimo arrivo di Bonaparte e la invita a parlargli avec fermeté, avec ésprit.
La Marchesa decide di affrontare le Général.
Napoleone ”étoit déjà dans l’appartement qu’occupoit Steingel; environné de tous les officiers Generaux”. La marchesa si presenta davanti a Bonaparte : « elle étoit toute tremblante, (..) Les cheveux demis épars, les yeux encore mouillés des larmes mais étincelants. La dignité, la modestie et la douleur étoient peintes sur son visage” Così troviamo scritto nel diario.
Bonaparte “risponde freddamente senza guardarla - Vi hanno fatto qualche torto? - No, generale, grazie alla bontà dei vostri ufficiali. Ma io imploro, io supplico per tutti questi abitanti, che sono stati cosi maltrattati”. Bonaparte “non risponde che a monosillabi”.
Interviene allora Saliceti, il Commissario della Rivoluzione, che parla “con una arroganza inconcepibile". - "Noi rispettiamo tutti. E’ nei principi della nazione francese di fare del bene a tutti, ma noi preferiamo i poveri ai ricchi, e se si devono attaccare delle proprietà, sono quelle dei ricchi che noi prendiamo" : guerra ai castelli, pace alle capanne: così recitava la propaganda rivoluzionaria. Ma qui succede l’opposto.
"L’aria sprezzante di Bonaparte aveva intimidito la marchesa, l’orgoglio di Saliceti rianimò il suo coraggio. - Cittadino commissario - essa rispose - sono d’accordo con voi che i ricchi devono risentire molto più dei poveri del flagello della guerra, e contribuire più dei poveri a sostenerne le spese. Ma le loro proprietà sono altrettanto sacre di quelle dei poveri”.
Questo è (ovviamente stando al Diario) il discorso della marchesa a Bonaparte e al Cittadino Commissario, dopo di che “avec beaucoup de grâce et de politesse elle leur offre ce qu’elle a dans la maison”
Arriva l’alba del 21 aprile. Tutti partono. Stengel è preoccupato perché nel villaggio sarebbe rimasta solo la canaglia: “Sarebbe ben vergognoso che questa casa, dopo tutte le gentilezze che i francesi vi hanno ricevuto, venisse saccheggiata come le altre”: passi per le case dei contadini, ma saccheggiare quelle dei nobili! Strano percorso aveva fatto l’égalité!

Stengel saluta la marchesa, diretto al suo destino: sarebbe caduto lo stesso giorno, ucciso durante uno scontro, forse imprudente, fra la cavalleria francese e quella piemontese a Carassone, nei pressi di Mondovì. Così ricorda lo scontro il Bouvier, storico certo noto agli appasionati di sotria napoleonica: “Stengel furieux, se met à la tête de l'escadron du 20 dragons amené par le commandant Boussard et conduit lui-même la charge sur l'escadron des Dragons du Roi. La mêlée est rapide et violente. Un combat singulier s'engage entre Stengel et le brigadier Berteu qui croisent le fer. Berteu est blessé au visage, mais Stengel tombe frappé de plusieurs coups de sabre et le bras gauche brisé d'un coup de pistolet. Mortellement blessé, il est pris ainsi que 20 de ses dragons; plusieurs sont tués, le reste se disperse et fuit abandonnant le général sur le terrains (..) . Il semble d'après Martinel que Stengel fut fait prisonnier et délivré quelques heures plus tard.(..) Stengel transporté à Carassone, y agonisa sept jours, et expira le 28 avril, après avoir subi l'amputation du bras; mort après tout glorieuse pour ce rude cavalier d'un autre âge, frappé, le sabre au poing, en vrai hussard de Chamborant .
On a beaucoup épilogué sur cet épisode où Stengel trouva une fin si digne de sa vie. Ou a voulu rendre Bonaparte responsable de cette charge imprudente, et l'on a prêté à Stengel mourant ce propos tenu à ses officiers: « Ce misérable petit Corse a voulu me faire périr; il y a réussi. ». Suivant Bonaparte, c'est la funeste myopie de Stengel qui aurait causé sa perte ».
Stengel ricordato nell'Arco di Trionfo a Parigi

A colpirlo mortalmente in un duello di cavalleria sarà un giovane brigadiere dei Dragoni del Re, (piu' tardi il rgt. diventera' il "Genova Cavalleria") Giuseppe Berteu.
Il corpo di Stengel venne sepolto, così almeno abbiamo letto (da Wiki), a Carassone nella chiesa di San Giovanni in Lupazzanio, in cornu epistulae: ma una visita alla chiesa non avrebbe permesso di riscontrare alcuna traccia. Nel diario la marchesa scriverà in seguito: “Le brave Steingel y est blessé et meurt quelque jours après: on le pleure quoique ennemi.
Strani destini quelli di Stengel e di Berteu: il primo ex nobile, ufficiale dell’esercito della Rivoluzione, compito ospite, malgrado le circostanze, della nobiltà piemontese, ucciso da Berteu, dragone del re sabaudo, in un cavalleresco scontro di cavalleria.
P.S.: la sciabola di Stengel dovrebbe essere conservata nell'Armeria Reale di Torino

La morte di Stengel a Mondovì




Stengel morto, la Campagna di Napoleone continua, arriva il 1797, è passato un solo anno ma tante cose sono cambiate.
E a Torino, nel 1797, ritroviamo il nostro Berteu, ex Dragone del Re

Siamo nel 1797, a Torino, con la monarchia che, terrorizzata, vedeva congiure repubblicane ovunque.
In città troviamo Giuseppe Berteu di Venaria Reale, quel coraggioso Dragone del Re che nell’aprile dell’anno precedente, in uno scontro di cavalleria nei pressi di Mondovì, aveva affrontato e ucciso il generale napoleonico Henri Christian Marie De Stengel , come raccontato sopra.
E’ passato solo un anno, ma tante cose sono cambiate. Il vecchio re, Vittorio Amedeo III, muore nell’ottobre del ’96, il nuovo, Carlo Emanuele IV eredita uno stato disastrato, le casse vuote, l’esercito sconfitto e umiliato, i francesi praticamente padroni, rivolte, ribellioni e congiure serpeggiano nel territorio fra contadini affamati e giacobini furiosi.
In questi mesi convulsi riappare, tragicamente, il nostro Dragone del Re, Giuseppe Berteu accusato (non sappiamo se a torto o ragione) di far parte di una congiura antimonarchica, condannato e fucilato.

Sulla sua vicenda presentiamo alcune testimonianze di storici per così dire “classici”.
Iniziamo dal Pinelli che con queste parole ricorda il Berteu (in Storia militare del Piemonte, Torino, 1854, p.40 sgg): “Il governo del re (Carlo Emanuele IV di Savoia) avendo finalmente nelle mani il filo della congiura, eseguiva alcuni arresti, ponendo in prigione un tal medico Boyer e quel Berteu che allo scontro di Carassone avea tolto di vita il francese generale Stengel; era veramente stato Berteu grettamente premiato per l’azione sua che deciso avea della ritirata della nemica cavalleria e pare che non gli fosse neppure accordata la medaglia (..). Era bensì stato promosso maresciallo d’alloggio nell’ottobre dello stesso anno ma pare che questa tarda e debole ricompensa soddisfatto non avesse l’animo ambizioso del giovane: fatto sta che egli congiurò o venne creduto membro di congiura e come tale venne, in compagnia del Boyer, moschettato nei fossati della Cittadella. Destò la loro morte compassione grandissima nel popolo e fu certamente più dannosa che utile alla causa regia: avvegna che se colpevole era senza dubbio il Berteu come militare per conspirare contro il re a cui serviva, tuttavia il suo valore e le riportate ferite sembravano far ravvisare opportuno un generoso condono o almeno l’applicazione di pena più mite
Poi il Carutti, che queste righe dedica al Berteu in Storia della corte di Savoia durante la Rivoluzione e l’Impero francese, Torino 1892, p. 413:
Giuseppe Berteu nel fatto d'arme di Carassone, che seguì la battaglia di Mondovì, aveva combattuto da prode, e ferito mortalmente il generale Stengel, per la quale azione fu promosso maresciallo d'alloggio. Parendogli piccolo il premio, si buttò coi repubblicani, dimentico dell'onore e della fede di soldato. (..) Gli fu risparmiato il supplizio del laccio, e cadde fucilato il 7 di settembre 1797”.
Quindi uno storico che non ha bisogno di presentazioni, il Bouvier (che comunque ogni tanto, come Omero, sonnecchia anche lui): ” Stengel et le brigadier Berteu croisent le fer. Berteu est blessé au visage, mais Stengel tombe frappé de plusieurs coups de sabre et le bras gauche brisé d'un coup de pistolet. Mortellement blessé, il est pris ainsi que 20 de ses dragons (..).. Ce brigadier Giuseppe Berteu, qui échappa aux coups de Stengel après l'avoir mortellement frappé, périt le 7 septembre 1797, pendu à Turin, avec le médecin Ignazio Boyer, pour conspiration républicaine contre le roi ”.
In realtà Berteu, non fu pendu ma fucilato.

Cosa era successo ?
Berteu era stato accusato di partecipazione ad una congiura repubblicana, una delle tante che in quegli anni serpeggiavano in Piemonte. Non sappiamo il grado del coinvolgimento di Berteu in essa.
Non sappiamo se, come, perché e quanto quest’uomo si sia trasformato da coraggioso cavaliere agli ordini dei Re in rivoluzionario ribelle. Ci sembra comunque riduttiva (e poco generosa) la motivazione avanzata dal Pinelli e dal Carutti che collegano la sua partecipazione alla congiura ad una sorta di risentimento per il mancato riconoscimento dei suoi meriti: altri erano, riteniamo, le motivazioni che potevano spingere un giovane a buttarsi in simili, pericolose avventure.
Forse l’insofferenza era più ampia e più motivata, e crescerà in futuro. Al riguardo c’è un elemento importante e poco noto: proprio la formazione a cui apparteneva Berteu (i Dragoni del Re o Dragoni azzurri, il più vecchio reggimento della cavalleria piemontese, formato nel 1683) “purtroppo nel 1821 (all’epoca convulsa dei moti in Piemonte) mancò al suo giuramento e fu disciolto” ( Merla, O bravi guerrieri!, Pisa 1988, pag. 410): il 10 marzo 1821 questo Rgt. aveva occupato la cittadella di Alessandria, innalzata la bandiera tricolore sugli spalti e chiesta la Costituzione).
Quindi in quella formazione serpeggiavano fermenti nuovi: le truppe francesi non portarono solo requisizioni, violenze e saccheggi, ma anche qualcosa di molto importante: gli ideali della Rivoluzione francese (in realtà non sempre messi in pratica).

In ogni caso la reazione della corte sabauda a queste congiure fu particolarmente feroce. Il già citato Carutti ricorda che ne seguirono una sessantina di condanne a morte fra cui 16 eseguite ad Asti, 4 in Torino, a Casale 5, a Racconigi 12, a Bene 3, a Saluzzo 5, a Moncalieri 9, a Chieri 5.

Al riguardo ci sembrano particolarmente incisive e crude le righe che il già citato Pinelli, p.42, dedicò a questa repressione: le sentenze contro Berteu e Boyer “furono in breve poi seguite da altre più atroci, da altre più ingiuste sentenze. Eppure santa dicevano la regina, ed in forte odore di santità era tenuto anche il re, di lei consorte. (..) Da questi santi, che nelle divine pagine del vangelo non a terger lacrime ma a sparger sangue, non a perdonare ma a vendicarsi freddamente imparano, da questi santi prego Dio che scampar voglia l’umanità intera e soprattutto la cara mia patria” (!).

E così, come leggiamo nel manifesto della sentenza, “L’Eccellentissima Regia Giunta stabilita in questa città (Torino) col R. Editto de’ 4 marzo 1788, e Regie patenti delli 3 corrente settembre nella causa del Regio Fisco contro il medico Ignazio Bojer (..) e il già maresciallo di login nelle Regie Truppe Giuseppe Berteu del vivente Antonio, della Venaria Reale, detenuto ed inquisito d’esser correo in detta congiura per avere eziandio cercato di trarvi altri di truppa al suo partito e farli concorrere in tale congiura e così di essere ambedue rei di delitto di lesa Maestà in primo grado, Udita la relazione degli atti, rejette le deduzioni ed istanze in essi fatte ha pronunciato e pronuncia doversi condannare come condanna li suddetti Ignazio Bojer e Giuseppe Berteu nella pena della morte da eseguirsi militarmente, torquiti prima nel capo de’ complici a mente delle Regie Costituzioni, nella confiscazione de’ loro beni e solidariamente nelle spese”
Torino li sette settembre 1797”.
La sentenza fu eseguita nei fossati della Cittadella, i beni dei condannati furono confiscati e le spese addebitate (ai parenti?).
Certo quel “torquiti” fa un po’ impressione… normalmente significa che furono torturati ( “torquiti”) per conoscere eventuali complici.
E allora sorge spontanea una domanda: era per questo re, per questa Patria, che Berteu aveva combattuto e ucciso? Per Lei erano morti Filippo del Carretto e tanti altri a Cosseria, Montenotte, Dego, Mondovì? Una patria che non solo fucilava e impiccava i suoi figli, ma ancora li "torquiva"?
E dire che la denuncia dell'uso della tortura di Cesare Beccaria ("Dei delitti e delle Pene") è di 30 anni precedente, e le "Osservazioni sull'uso della tortura" di P. Verri sono del 1776 (anche se saranno prudentemente pubblicate più tardi)!
Ma del resto, qua e là, la tortura si usa ancor oggi, anche in paesi "democratici" (o che tali si dicono).

Il manifesto con la sentenza di Berteu (e altri)

Ultimo particolare: oggi tutto ha in prezzo e il manifesto della sentenza contro Berteu e Boyer si può ( o si poteva) acquistare, in internet, con euro 250.

E quanti oggi a Torino hanno sentito parlare di questo Dragone del Re e della strana parabola della sua vita?
A lui, alla sua vita spezzata, dedichiamo queste brevi note.

Leonello Oliveri

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