martedì 26 maggio 2026

Osiglia 1630: un “Conte del Sagrato” di manzoniana memoria

 Leonello Oliveri


Proprietà Letteraria Riservata
Riproduzione Vietata


Il primo giorno di festa la chiesa del paese era ancora tutta piena di' popolo che assisteva agli uffici divini, che il Conte si trovava sul sagrato alla testa di una truppa di bravi.

F. Hayez, ritratto- di fantasia- dell'Innominato

(…)J Il Conte al primo apparire di persone sulla porta si era tolto dalla spalla l'archibugio e lo teneva con due mani in apparecchio di spianarlo. (…)) Si affacciò finalmente alla porta con gli altri il creditore aspettato, e il Conte al vederlo gli spianò lo schioppo addosso (. .. ).. Lo sventurato colpito dallo spavento, si pose a fuggire. dall'altro lato, e la folla non meno, ma l'archibugio del Conte lo seguiva, cercando di coglierlo separato (.. ). Cercava egli di ficcarsi e di perdersi nella folla, e la folla lo sfuggiva, s'allontanava da lui per ogni parte, tanto 'ch'egli scorrazzava solo di qua e di là, in un piccolo spazio vuoto.(..) Il Conte lo prese di mira in questo .spazio. lo colse, e lo stese a terra,' Tutto questo fu l’affare. di: un momento. La folla continuò a sbandarsi, nessuno si fermò,. e il Conte senza scomporsi ritornò per la sua via, col suo accompagnamento».


Se fra i lettori. c’è qualche frequentatore del liceo classico avrà forse riconosciuto questo brano: è la celebre descrizione manzoniana del «Conte del Sagrato- presente nella prima edizione dei Promessi Sposi ("Fermo e Lucìa-). Conte che poi nell’edizione definitiva passerà alla storia col nome di Innominato.

. Ormai da tempo I'Innominato di manzoniana memoria ha un nome e una patria. Questo post è invece destinato ad un altro “innominato”, anch’egli con nome e cognome, che meriterebbe di essere ricordato come “conte (anzi, colonnello) del sagrato”, ma che a differenza di Bernardino Visconti non ebbe finora l’interesse degli storici.

Un fatto analogo a quello descritto dal Manzoni è infatti successo in Val Bormida, e precisamente ad Osiglia, e proprio negli anni del più famoso “Conte del Sagrato”.

Ecco la sua storia.

Nella Biblioteca reale di Torino è conservato, tra gli altri, il manoscritto originale della “Descrizione del Piemonte” di Francesco Agostino Della Chiesa risalente al 1630.

Un settore di tale manoscritto è destinato alla descrizione di quella che il Della Chiesa chiamò «provincia delli Stazielli.. La pagina in questione tratta di diversi paesi della Val Bormida: Cengio; Camerana e, appunto, Osiglia.

Qui troviamo l'unico cenno alla nostra storia. Scrive infatti il Della Chiesa: «Ozeria (= Osiglia) che come si è detto è terra del Marchesato di Finale, avendo in questi anni passati dato al- Colonnello Bertomelino, osia Sertorio Pozzeverasco capo de ladri (sic! ) qualche disgusto, volendosene quell'uomo risentire, occupata coll'assistenza dè, suoi bravi la porta d'un oratorio de Disciplinanti, mentre un giorno di festa si celebravano i Divini ufizi, con farne tagliar una quantità a pezzi, fece di què meschini crudel macello».

Tutto qui.

E' interessante notare che nel testo stampato della Descrizione, che presenta comunque notevoli diversità rispetto al manoscritto consultato, non c’è il minimo accenno a tale fatto: al cap. II, p. 9, infatti, c’è la stessa successione nei paesi trattati, lo stesso termine Ozeria sicuramente individuato in Osiglia, ma nessun cenno a questa vicenda. Nessun frutto hanno dato, almeno finora, le ricerche condotte, anche se non in modo sistematico, nell’archivio parrocchiale di Osiglia, paese nel quale esiste, ovviamente, un oratorio (se non erro ora intitolato a san Francesco).

Osiglia, Oratorio


L’anno in cui si svolse la vicenda non è precisato dal Della Chiesa, ma dovrebbe verosimilmente collocarsi intorno al 1625-40, epoca durante la quale la Val Bormida (e non solo lei) era profondamente sconvolta dalle guerra fra Francia, Spagna, Savoia e Genova.

Per ora quindi lo storico deve limitarsi alla registrazione di questo atto di violenza, che ebbe ancora una volta come vittima l’indifeso mondo degli umili.

Avendo trovato il manoscritto, ed essendo Osiglia assai vicina al mio paese, ovvio che abbia voluto approfondire la vicenda, cercando innanzitutto di scoprire chi fosse questo “Bertomelino Pozzoverasco capo de' ladri”.


Sono un tipo perseverante e cerca cerca, son arrivato a trovare notizie precise su questo
signore.
Era costui un genovese, nativo di Crocefieschi, Avendo commesso a Genova “infiniti homicidi i quali erano rimasti così facilmente senza castigo”, era stato infine condannato a morte. Fuggito, si era messo al servizio del Duca di Savoia, allora in guerra con Genova, dal quale era stato nominato (o si era nominato) “colonello” e aveva ottenuto il comando di 500 uomini, in buona parte banditi come lui dalla città ligure. Il Duca piemontese pensava che un simile personaggio, pratico dei luoghi, gli avrebbe fato comodo nella guerra che allora stava combattendo.

La strage di Osiglia è quindi un piccolo episodio in un meccanismo più grande, la cosidetta “guerra per il marchesato di Zuccarello (1625-1631) ,un conflitto generato dalle mire espansionistiche del Duca Carlo Emanuele I, supportato dalla Francia, contro la Republbica di Genova, alleata della Spagna (allora come oggi quella tendenza delel grandi potenze, di fare guerra in casa altrui!). Lo scontro si concluse con la Pace di Cherasco nel 1631 che riconfermò il dominio genovese sul il piccolo marchesato di Zuccarello ( ma le motivazioni di questa guerra andavano ben oltre il possesso di questo lembo di terra, per inserirsi in quel terribile bagno di sangue che fu la “guerra dei 30 anni” (1618-1648).

A fianco del duca sabaudo si schierò, come abbiamo detto, la Francia, mentre la Spagna, cui il Marchesato di Finale -e quindi Osiglia- apparteneva, appoggiò Genova. Ma di queste cose evidentemente gli abitanti di Osiglia, “nemici” dei peiemontesi in quanto sudditi dei spagnoli, erano all'oscuro quando arrivò fra loro, col suo seguito di ladri, banditi e soldati di ventura, Bartomelino Sartorio.

Costui, da quando era passato al servizio del Duca Sabaudo, si era distinto nelle lotte contro Genova, soprattutto quando si trattava di prendere -saccheggiare- paesi indifesi . Infatti “Il Duca di Savoia, uscito con le sue forze fuori del Monferrasto, mandò innanzi Bartomelino Sartorio, conoscitore dei pressi di quei colli. Ma il Sartorio, temendo di essere accerchiato, coi suoi si ripartì”: così ricorda uno storico genovese, il Costa, che di quegli avvenimenti lasciò un'ampia relazione.

La paginetta manoscritta di Della Chiesa
con la citazione di Bartomelino a  Osiglia

Poco più tardi il Sartorio occupa con la sua banda Campoligure, senza incontrare resistenza, e nel maggio “conquista” Savignone. Poi il Duca di Savoia “si impadronì di tutti i luoghi della Valle Scrivia”, scrisse Raffaele Della Torre, contemporaneo cronista della guerra del 1625, “di dove per le montagne cominciò il nome di Bartomelino Sartorio a spaventare i luoghi della riviera di levante”.

Nel luglio del 1625, grazie all'aiuto spagnolo, i genovesi riprendono l'iniziativa e recuperano molti centri del levante ligure: per il nostro Bartomelino, già bandito e ora a capo di una banda di 500 uomini, più propensi ad affrontare contadini che soldati regolari, le cose si mettono male e “di tutto avutone avviso”, come annota un altro storico della guerra tra Piemonte e Genova, il Cicala, “Bartomelino Sartorio che con la sua gente era alloggiato nel luogo di Campoligure, dubitando di essere colto e appeso ad una forca, alla quale era stato già da molto tempo destinato per i molti assassinamenti commessi, gli parse bene per sua sicurezza ed anco della sua gente, di abandonare la terra e ritirarsi in un luogo sicuro”, E così nel novembre del 1625 troviamo il nostro Sartorio nella bassa val Bormida, e precisamente a Cortemiglia, dove gli abitanti sono costretti ad offrirgli prestazioni in natura e ad alloggiare i suoi uomini.

Un'ultima informazione sul nostro “colonnello capo dei ladri” ci è fornita da uno studio di G. Casanova sulla guerra del 1625. Scrive infatti il Casanova che il 29 aprile del 1627, in occasione di una tregua fra Piemonte e Gnova, “giunse a Savona il bandito Bartomelino Sartorio con la moglie e un centinaio di banditi: Fu accolto dal Governatore di Savona Francesco Pinelli e poi, imbarcatosi su una galea, si recò a Genova portando la notizia che Carlo Emanuele aveva pensiero di assalire Savona (..) In agosto tornò dal Duca di Savoia senza esser arrestato dai genovesi”.

Alla fine la corda troppo a lungo tirata si spezza. Riuscito a rientrare a Genova protetto da alcuni influenti appoggi politici, venne alla fine arrestato quando quelle protezioni vennero meno. Rinchiuso in carcere, tentò una rocambolesca evasione calandosi da una finestra con una corda improvvisata, ricavata tagliando delle coperte a strisce. La corda cedette e Bartomelino cadde nel vuoto, procurandosi diverse fratture. Sopravvisse, terminando la sua vita all'interno del carcere della Torre del Palazzo Ducale di Genova dove era stato alfine confinato.

Era il 4 luglio 1641.

Ora comprendiamo forse anche perché l'episodio non sia stato riportato dal Della Chiesa nella testo dato alla stampa del suo libro: sorvolare su questa temporanea e contingente alleanza tra il Duca e un capobanda bandito da Genova sarà forse sembrato allo storico piemontese cortesia opportuna

Pubblicato su" Alta Val Bormida, Publbicazione della Comunità Montana Alta Val Bormida, XXVI,n. 7 luglio 1985

Leonello Oliveri


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Su Sartorio vedi

https://unire.unige.it/bitstream/handle/123456789/4050/tesi18300380.pdf?sequence=1

CASANOVA, Giorgio, La Liguria centro-occidentale e l'invasione franco-piemontese del 1625, Genova, ERGA, 1983.

Giulio Pallavicino Vero e distinto ragionamento (https://www.viella.it/media/30008d2a.pdf