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Tutte le ricerche di carattere storico hanno lo scopo e la conseguenza di arricchire la storia del nostro passato, della nostra terra, con un nuovo, piccolo tassello che si aggiunge agli altri in nostro possesso.
Talvolta alla soddisfazione di contribuire, anche se in minima parte, all’ampliamento delle nostre conoscenze se ne aggiunge un’altra, data dall’emozione di trovare qualcosa di nuovo, una notizia, un dato, un documento non noto.
Una sensazione ancora diversa e più viva può essere sperimentata quando troviamo un oggetto, un resto, un “qualcosa” che i nostri antenati realizzarono generazioni e generazioni or sono, e che ora rivede la luce ed appare dinanzi a noi.
E’ possibile provare questa emozione nello scavo archeologico, quando si presenta la possibilità di riportare in vita, di toccare con mano l’oggetto usato in secoli ormai lontani. Possiamo provarla quando davanti ai nostri occhi sfilano i grigi baluardi dei castelli delle nostre valli, quando gli occhi, le mani si posano su quei blocchi che i nostri antenati hanno messo l’uno sopra l’altro, con fatica e sofferenza, talora con rabbia.
Ma si può provare questa emozione anche ad altre testimonianze del passato, più umili, come quando nel campo l’aratro porta in superficie l’anonima pallina di piombo sparata dal fucile di un anonimo soldatino napoleonico (o sabaudo, o austriaco: che differenza fa?) duecento anni or sono, o quando percorrendo certe abbandonate mulattiere, solitarie nei boschi, ci imbattiamo in massi muscosi coperti di incisioni, croci, cerchi, coppelle, muti alfabeti di un enigmatico libro che ci è giunto ma che non riusciamo ormai più a decifrare.
A tali umili testimonianze, segni misteriosi comunemente definiti “incisioni rupestri”, è dedicata questa breve ricerca.
Parleremo cioè di quelle incisioni, o almeno, di alcune di quelle incisioni, enigmatiche e misteriose che qualcuno (non sappiamo né chi, né quando, né perché) lasciò su massi e rocce immerse nei boschi della nostra valle.
In molti studi o articoli riguardanti la storia della Val Bormida tali incisioni vengono spesso definite “preistoriche”. Personalmente ho moltissimi dubbi nel attribuire anche solo alcuni di tali complessi di incisioni al periodo pre-romano (o anche solo medioevale), ma dato che esse comunque esistono, tanto vale parlarne ora.
In particolare in queste pagine vogliamo illustrare le incisioni che ci sembrano più interessanti, cioè un complesso di segni lasciati su quattro grossi massi situati in una zona boscosa compresa fra Millesimo, Cosseria, Plodio e Biestro.
Il primo di questi "petroglifi” (=pietre incise) consiste in un masso isolato situato a pochi metri da un'antica mulattiera che univa la località "Colla" (nei pressi di Cosseria, oltre Montecala) ad Acquafredda (fraz. di Millesimo) e a Biestro, fraz. di Pallare
Il secondo è dato da una roccia lavorata situata sempre lungo la medesima mulattiera, a circa 700 m. dal precedente, in loc. "Scurzià".
Il terzo, un masso isolato, è situato lungo una seconda mulattiera che unisce anch' essa Biestro alla Colla, permet-tendo di rag- giungere da qui Millesimo o Cosseria, a poco più di 700 m. dai pre-cedenti. Sempre su que- sta stessa mu- lattiera, a poco meno di 500 m. dalla cappella di S. Anna (o S. Lucia), si trova la quarta serie di incisioni, poste su una pietra di grosse dimensioni ai margini della strada. L'insieme dei quattro complessi di incisioni può essere circoscritto in un'area grosso modo triangolare di circa 600 m. di base per 800 di altezza (1).
Il primo gruppo di graffiti e incisioni è dato da 33 incisioni poste su di un masso di arenaria largo alla base 1,30 m, alto circa 90 cm, a forma di grossolana piramide tronca. La pietra, giacente in un bosco a circa 4 m. dalla mulattiera, è stata lavorata su due lati ottenendo due gradini nella roccia larghi circa 18 cm. e lunghi 90. La sua sommità è stata scalpellata fino ad ottenere una superficie orizzontale, rettangolare, dalle dimensioni approssimative di cm.30x85. Le incisioni sono presenti su quest'area rettangolare, sui due fianchi in cui sono scalpellata i 'gradini' e sul fianco ovest. Un solo lato della pietra non presenta incisioni. L'insieme ha, grosso modo, la forma di un doppio inginocchiatoio.
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| masso n. 1: le coppelle sulla superficie superiore |
Sulla sommità del masso, resa piatta e rettangolare con un accurato lavoro di scalpellatura che l'ha spianata uniformemente, è stata effettuata la lavorazione più profonda dell'intero complesso. Su un'area di circa cm. 30x85 sono infatti state scavate a colpi di scalpello 11 fossette pressappoco circolari, con un diametro compreso fra 8 e 10 cm, profondità media cm.6-8.
Il fianco ovest della pietra, quasi verticale per natura, presenta 18 incisioni divise in due serie: nove croci e nove coppelle. Le croci sono ottenute con la tecnica dell'incisione e non della scalpellatura: presentano infatti un taglio netto dalla sezione a "VI' profondo in media 1 cm. Sono disposte su tre file approssimative: in alto vi sono tre croci di dimensioni diverse, tutte con l'asta più lunga del braccio; la più grande, piuttosto irregolare, misura cm. 30-20 ed ha il braccio limitato da piccole coppelle, la più piccola misura cm. 11x6 ed ha l'asta terminante in una piccola coppella. Al di sotto vi è una seconda fila di 5 croci, anch’esse con il braccio più corto rispetto all'asta, ed innestato assai in alto: le loro misure variano da cm. 12x11 a cm. 27x14. Le due file sono separate da un cordone di coppelle (9, di cm. 3x1) formanti una linea curva che unisce i bordi dei due gradini del masso e che sembrerebbero incise in una fase diversa rispetto alle croci. Alla base della pietra è presente un'ultima croce, di forma approssimativamente quadrata, con quattro coppelle all'estremità.
Il lato nord del masso presenta a circa mezza altezza un gradino scavato nel lato stesso. Sulla parete sovrastante il gradino è presente un'unica grande incisione di circa cm. 25x30. Essa è stata ottenuta con una tecnica diversa rispetto a quella usata per le croci: non incisione unica, ma scalpellatura che ha asportato parte della superficie ottenendo una depressione con sezione non a "V" ma piatta. Il disegno raffigura qualcosa che richiama immediatamente alla memoria un albero con il tronco da cui si dipartono 5 rami, tre dei quali a loro volta si biforcano: alla base il 'tronco' è intersecato da un segno orizzontale che potrebbe rappresentare il suolo. L'insieme è inciso per una profondità di quasi un cm. e presenta i segni di una prolungata degradazione atmosferica. Sul lato opposto, anch'esso dotato di un 'gradino' lavorato, sono presenti tre incisioni isolate e di incerta lettura per la loro non notevole profondità..
Un'analisi sommaria di questo petroglifo, condotta nella mancanza assoluta di ogni riscontro archeologico, stratigrafico o documentario locale, può portare ad isolare due diverse tecniche (e quindi anche fasi?) di lavorazione, che distinguono le croci del lato ovest dalle altre incisioni (più antiche?) (2). Circa il "significato" del complesso, esso è ignoto. Se la pietra si trova, come pare, nella sua posizione originaria, essa potrebbe essere collegata alla viabilità medioevale, a processioni cristiane sul tipo delle rogazioni o dei pellegrinaggi, a luogo d'incontro (un trivio di mulattiere è assai vicino), a pietra di confine. Anche la funzione dei due gradini e delle tre file di grosse coppelle sulla sommità è ignota. Difficilmente queste ultime potrebbero essere, come talvolta si ipotizza, stampi per fusione: non si vede infatti che per cosa: sono troppo irregolari. Potrebbe invece trattarsi di 'lampade', riempite di liquido infiammabile poi incendiato, secondo un uso altrove già ipotizzato (3): ciò ovviamente presupporrebbe un loro collegamento con cerimonie forse religiose, certo collettive: ma il condizionale è d'obbligo. (4)
Il secondo petroglifo è ancor più enigmatico.
E' collocato, come già detto, a circa 700 m. dal precedente, sempre lungo la medesima mulattiera da cui dista circa 50 m. Occupa il centro di una piccola radura circondata dal bosco. Si tratta di un masso in arenaria emergente dal suolo, probabilmente non staccato dalla roccia sottostante, di cui dovrebbe costituire un affioramento. Ciò che spunta dal terreno è un masso oblungo di m. 2,20 di lunghezza, 60 cm. di larghezza e 45 di altezza. Tutta la pietra è scalpellata in modo da ottenere tre lati fra loro perpendicolari nella parte emergente del terreno, fino ad arrivare alla forma e al profilo piuttosto complesso evidente nel disegno.
Visto dall'alto presenta una faccia superiore lavorata a più livelli che dà l'impressione del profilo di una grossa testa umana stilizzata con un lungo naso schiacciato: per pura curiosità possiamo notare che l'insieme richiama certi profili di statuaria centroamericana. Sempre osservando la roccia dall'alto si nota che al di sotto della 'testa' essa è stata lavorata in modo da formare una sorta di cuneo inclinato in avanti (verso il 'naso') e che si assottiglia verso l'estremità. Questa seconda parte della 'scultura, darebbe l'impressione di una 'base' destinata ad essere piantata nella terra lasciando emergere solo la 'testa': insomma, una sorta di statua-stele non terminata. Tali impressioni si hanno guardando l'insieme dall'alto: i due lati - lunghi verticali sono infatti stati scalpellati semplicemente in modo da ottenere due superfici perpendicolari al suolo e seguenti il profilo del lato superiore. La pietra non pare essere stata staccata dalla roccia sottostante: ma questo è un dato che andrebbe verificato.
Si potrebbe avanzare l'ipotesi che si tratti non di un'opera volutamente realizzata, ma degli avanzi di un banco di roccia dal quale siano stati staccati dei blocchi di pietra fino a lasciare, del tutto casualmente, il profilo esistente. Ma anche cosi metterebbe male spiegare il particolarissimo e assai movimentato profilo ottenuto (il lungo bordino interno “i”, sinuoso e parallelo al profilo esterno, i tre gradini rettangolari 'a”, “b”, “c”, la lunga fossetta 'e', la coppella 'd'), mentre mancherebbe ogni altra traccia del letto di roccia sottostante.
Una seconda ipotesi cui si potrebbe pensare è che si tratti di un elemento architettonico per qualche costruzione non terminata: ma non si riesce a capire di quale elemento e di quale costruzione si possa trattare. Una terza ipotesi, per sondare tutto l'arco delle possibilità teoriche, è che si tratti di qualche cosa senza scopo: il puro divertimento di un pastore sfaccendato. Ma non crediamo che in queste terre dure ed avare un pastore potesse perdere tempo in simili “occupazioni”: per sopravvivere non c'era tempo libero per il bricolage.
Si ritiene quindi di poter eliminare tutte le ipotesi su un'origine casuale o gratuita alla base della lavorazione del masso. E allora? Resta un 'monumento' enigmatico che dà, come si è detto, l'impressione istintiva di una statua rappresentante una testa stilizzata appena sbozzata e la cui lavorazione si sia interrotta all'improvviso. Ma è solo un'impressione: la pietra rappresenta localmente un unicum, privo di qualsiasi contesto, la cui storia non è, almeno per il momento, scrivibile ; un piccolo mistero colmo di suggestioni in una remota radura tra i boschi.
Il terzo complesso di incisioni si trova a poche centinaia di metri dai precedenti, in loc. "Le Coste", sulla mulattiera che da Biestro, attraverso i Cabitti, Le Coste, S. Lucia, si innesta su quella prima ricordata. Questa mulattiera ebbe nel medioevo, e fino all'inizio dell'800, un ruolo notevole permettendo il passaggio dai territori appartenenti al Marchesato di Finale (e dopo il 1598 alla Spagna) a quelli del Ducato di Savoia (85).
Le incisioni si trovano su di un masso di arenaria di forma irregolare ed allungato, delle dimensioni di m. 2,15x0,90. Posto in zona boscosa, sul ciglio della mulattiera, in seguito al continuo passaggio dei carri nei secoli passati è stato arrotato' nella sua parte bassa dai mozzi delle ruote, che vi hanno scavato solchi profondi. Le incisioni, in numero di 15, interessano solo il lato visibile dalla strada, iniziando immediatamente al di sopra della parte consumata dall'attrito delle ruote dei carri (e non è quindi escluso che qualche graffito sia stato eroso), in evidente connessione con la collocazione della pietra sul ciglio della strada. In massima parte si tratta di croci, più un simbolo diverso ed alcune coppelle e cerchi isolati. Le croci sono di due tipi distinti. Tre di esse (nn. 7-8-9, v. disegno) sono piuttosto grandi (cm 23x17, 23x19, 27x24), non sono state incise ma scalpellate con profondità e larghezza notevoli: l'asta e il braccio sono infatti larghi in media 3 cm e lo scavo, profondo oltre 2 cm, presenta una sezione approssimativamente quadrata o rettangolare. Due di queste croci (la n. 7 e 8) hanno un evidente 'piedistallo' alla base dell'asta: ciò dovrebbe essere una chiara spia di un significato cristiano del simbolo stesso. La croce n. 7 è completata da due sottili raggi che partono dal centro del braccio ai lati dell'asta e si dirigono verso l'alto: forse una schematica rappresentazione della scena della Passione?
Le croci nn. 2-4-5~6-11 e 12 sono di tipo diverso, ricollegandosi a quelle del primo masso: sono infatti piccole (dimensioni cm 13x6, 11x13, 10x10, 13x9) e più sottili, l'asta e il braccio sembrano incisi più che scalpellati, con solchi profondi circa cm.1,5, sezione a "V". In genere hanno l'asta più lunga del braccio e la semiasta superiore più corta dell'inferiore. L'incisione n. 1 è la più strana, ricordando a prima vista (ma è ovvio che usiamo questo esempio a puro titolo di esempio, senza ipotizzare fantasiosi quanto assurdi legami) l'ANHK egizio, la croce ansata simbolo della vita: un cerchio (diam. cm 8) inciso profondamente nella roccia, innestato su di un braccio orizzontale lungo 7 cm, largo 1, profondo 1,5 con sezione a "VI', a sua volta innestato su di un'asta verticale di 14 cm. con sezione quadrata. Dal cerchio si diparte, interrompendo la similitudine con la ”croce ansata”, un piccolo raggio obliquo diretto verso l'alto per 4 cm. Tutto l'insieme misura cm. 25x8 (6). A fianco di questo simbolo è inciso un altro piccolo cerchio dal quale si stacca verso il basso un' incisione poco profonda. Sul masso sono poi presenti altre incisioni, cerchi e piccole coppelle (indicate con le lettere f-k-y nel disegno) profonde pochi millimetri, che potrebbero essere accidentali o moderne. L'impressione generale che dà la pietra è quella di fasi successive di incisioni, in qualche modo collegate con la presenza della strada: tale collocazione non ha comunque dato luogo a iscrizioni con nomi o lettere dell'alfabeto. E questo fatto potrebbe essere segno di antichità, almeno relativa, per le incisioni stesse (7).
Sulla medesima mulattiera, non molto distante dagli altri massi, si trova il quarto gruppo di incisioni. Si tratta di 9 croci ed alcune coppelle incise sulla superficie piatta di un grande lastrone orizzontale (circa m 3,5x2, spessore oltre 1,5 m. posto sul ciglio della strada come il precedente. Anche questa pietra presenta numerose e profonde abrasioni prodotte dall'attrito delle ruote dei carri che, una volta, evidentemente usavano questo percorso. Le incisioni occupano un'area quadrata di circa 1,20 m. di lato, con le croci disposte approssimativamente su quattro file rispettivamente di 1, 3, 2, 3 croci. Le coppelle sono sparse senza ordine apparente e non è sempre facile distinguere quelle create dall'uomo da quelle naturali lasciate dalla caduta di ciottoli originariamente inglobati nell'arenaria.
Le dimensioni delle croci sono diverse. La n. 1 misura cm. 17x11.5, alla base dell'asta è una piccola coppella che potrebbe rappresentare un piedistallo Le croci n. 2 e 3 sono le più grosse e le più profonde: a forma di croce greca misurano circa cm.27, sono incise per oltre 2 cm. con una incisione larga e con sezione a "V" ' La n. 9 ha la forma di croce latina con asta di cm. 36 che parte da una coppella, braccio di cm. 17, sezione a "VI. La croce n. 5 è solo parzialmente visibile mentre la n. 6 è quella più nettamente lavorata. Non è incisa ma scalpellata con sezione quadrata ad angoli molto vivi. La profondità del taglio è di cm. 1, l'asta e il braccio si incontrano ad angolo retto mentre nelle altre croci tale simmetria non sempre è cosi netta. Tutte le croci (tranne la n. 2) mostrano lo stesso orientamento, con la base verso il lato della pietra più lontano dalla strada, verso la quale 'puntano' con l'estremità superiore dell'asta- Quasi tutte hanno inoltre la stessa angolazione, risultando nel complesso parallele. Fra la croce n. 3 e la n. 9 è incisa una lunga linea che potrebbe rappresentare una croce non terminata, avendo la stessa angolazione delle altre. Il lato della pietra prospiciente la strada, perpendicolare al piano di terra, è stato profondamente intaccato dal passaggio dei carri che hanno prodotto una serie continua di striature fino ad oltre 60 cm. di altezza. Subito al di sopra di questo limite, a circa 80 cm. da terra, è presente una nicchia rettangolare terminante con una volta semicircolare di cm. 20x30, profonda 20 cm, scavata artificialmente nella roccia. Mancano nella pietra particolari che permettano di evidenziare fasi successive di lavorazione: tutti i segni presenti, a parte forse le croci n. 6 e 7, non offrono elementi differenzianti e l' uguale orientamento di quasi tutte le croci farebbe pensare ad una unica fase di realizzazione. Anche per queste incisioni è possibile sospettare una connessione col sistema viario di mulattiere e un'origine legata forse ad avvenimenti in qualche modo riferentisi alla strada, a fatti religiosi o a determinazioni di confini.
Per completare il panorama dei graffiti occorre ricordare un ;:quinto gruppo di incisioni. Esso si trova a circa 800 m. a sud-est del masso n. 3, quindi sempre nei pressi di Biestro, località che pare essere quella con la maggior concentrazione di graffiti dell'intera zona.
Quest'ultimo complesso di incisioni si differenzia notevolmente dai precedenti.
Esse infatti sono poste sulla sommità di una rupe che costituisce una sorta di aerea balconata protesa sul vuoto, dominando un'ampia vallata di. boschi, al culmine di una scalinata naturale formata da più lastroni ascendenti verso l'alto e poi strapiombanti all'improvviso, in un ambiente di rara suggestione. Proprio sull'ultimo lastrone, delle dimensioni di m. 3x7, sono posti i graffiti. La loro collocazione in posizione cosi particolare e fuori mano, elevati in vetta ad una rupe strapiombante nel vuoto, è ricca di evocazioni suggestive. I graffiti rappresentano una coppia antropomorfa, con evidente dimorfismo sessuale. La scena, di cui fa parte anche un segno che si potrebbe interpretare come una zappa e una coppella, misura cm. 50x35. E' realizzata con la tecnica della scalpellatura e presenta le tracce di una intensa e prolungata degradazione atmosferica. E' il primo graffito, fra quelli finora illustrati, che abbia un chiaro significato, Immediatamente leggibile, rappresentando quella che sembra, con ogni probabilità, un'unione sessuale.
Resta aperto il problema della sua datazione, per la quale sono forse possibili margini di oscillazione più ampi rispetto ai gruppi precedenti (8), nonché quello del suo significato, in qualche modo forse legato a quello della sua datazione: divertimento isolato (e faticoso) di qualche pastore (posto però in una zona di difficile accesso), 'monumento' volto ad immortalare un momento particolare e felice od opera racchiudente un significato e una destinazione che per ora ci sfuggono, magari collegati ad antiche culture pastorali? Nella mancanza di altri elementi, anche questo è un interrogativo destinato a rimanere senza risposta.
Dopo tutte queste pagine riservate alla descrizione delle incisioni il lettore vorrà probabilmente una risposta, sicura e sintetica, ad una semplice domanda: chi, quando e perché realizzò queste incisioni.
In realtà la risposta è, come abbiamo visto, tutt'altro che facile. Forse è anzi impossibile.
Occorre infatti tenere sempre presente che quello dello studio delle incisioni rupestri è un settore che richiede estrema cautela e prudenza: notevole è infatti il loro fascino, anche per l’ambiente in genere isolato e suggestivo che le contiene, sottile il confine che separa, in chi le esamina, la suggestione dalla illusione, obiettivamente ardua lo loro valutazione e interpretazione. C’è un esempio illuminante al riguardo: la ricordata incisione antropomorfa di Biestro. Interpretata prima come incisione raffigurante un uomo ed una donna in probabile scena sessuale (questa è anche la nostra opinione), si trasformò in seguito, nello stesso studioso, in figura femminile danzante unita ad una figura maschile per diventare infine, in un crescendo progressivo di interpretazioni sempre più suggestive (od immaginifiche?), una figura femminile, sempre danzante ma questa volta vicina ad un animale trainante un attrezzo agricolo: a questo punto non sappiamo cosa possa riservarci l'interpretazione prossima futura. Tale fatto è sintomatico delle difficoltà interpretative relative alle incisioni rupestri, e della necessità che il loro studio sia condotto con criteri estremamente rigorosi e prudenti.
In assenza
di dati certi sarebbe pertanto opportuno
frenare entusiasmi e fantasie per evitare continui riassestamenti
delle ipotesi interpretative o la possibilità che il ricercatore
riscontri non ciò che c'è ma ciò che sta, magari inconsciamente,
cercando. Proprio per questo abbiamo volutamente tralasciato nel
nostro breve excursus sia
la citazione di alcuni "monumenti" megalitici valbormidesi
del tipo dei “menhirs"
di Millesimo o del
cosiddetto
Il presunto "menhir" di Millesimo
"dolmen" di
Roccavignale, di cui comunque molto opportunamente, almeno a nostro
avviso, da un po' di tempo non si parla più, sia determinate
espressioni sul tipo di "pietra altare"
il cui uso in ambienti che si vogliono
scientifici appare, allo stadio attuale delle conoscenze, quanto meno
precipitoso. Come già ricordato iin precedenza, simili specifiche
definizioni (altare, menhir, dolmen) si
possono infatti a mio avviso usare. come sintesi di dati acquisiti,
come conclusioni sulla base di elementi certi: determinati termini
che in ambito storico archeologico hanno una specifica accezione
hanno un senso solo dopo che ricerche e scavi li abbiano
giustificati. La
definizione precisa ed impegnativa dovrebbe insomma essere vista come
un punto di arrivo e non di partenza: quelle pietre potrebbero anche
essere menhirs o
dolmen, il masso citato in questo articolo
potrebbe anche essere - in teoria- un antico altare (o aver avuto
qualsiasi altra funzione) ma definizioni così impegnative e
caratterizzanti possono essere giustificate - a mio avviso- solo dopo
averne raccolto le prove; prove che, per quanto ne so, finora non ci
sono.
E allora, cosa sono queste incisioni?
Possiamo fare una ragionevole ipotesi, che scaturisce da una semplice constatazione: quasi tutti i complessi di graffiti illustrati in questo lavoro sono posti lungo l'attuale linea di confine fra i comuni di Cosseria, Plodio e Pallare, o nelle sue immediate vicinanze. I confini sono, per definizione, elementi duraturi nel tempo, le cui modifiche non sono frequenti e richiedono procedure tanto più complesse - e quindi documentate - quanto maggiore è l'importanza del confine stesso.
La storia di questa parte della Val Bormida ci permette di. poter affermare con sufficiente certezza che l'attuale linea di confine ricalca, nel complesso, confini molto antichi e, soprattutto, confini una volta molto importanti: quella che oggi, è una semplice demarcazione fra tre comuni limitrofi, ancora all'inizio dell' 800 segnava - da secoli - il confine fra due Stati sovrani (9). E' quindi possibile che i massi con le incisioni, almeno quelli con le croci, siano legati a questa funzione di confine, rappresentino - per cosi dire - "cippi confinari" di una volta. E questo potrebbe indicare il "chi" e il "perché" delle incisioni, o almeno di alcune fra esse. Per ciò che concerne il 'quando', vista l'assenza - nelle incisioni - di lettere o nomi, pensiamo che una loro collocazione nell'età tardo - medioevale, o immediatamente post-medioevale, non sia impossibile. (10) Questa potrebbe quindi essere una ragionevole ipotesi per il gruppo principale di graffiti, ipotesi che, comunque, non è detto sia necessariamente incompatibile con altre spiegazioni, legate magari al mondo religioso, a celebrazioni all'aperto (processioni, rogazioni, pellegrinaggi), a ricordi di determinati avvenimenti.
Eliminate queste incisioni, restano alcuni complessi (la ”testa” , la pietra ”a gradini”, i graffiti di Biestro) che potrebbero essere anche anteriori a tale periodo. Per essi, a meno di supporne una assoluta gratuità, potrebbe non essere assurdo pensare ad un'origine più antica, e forse anche ad una finalità che potrebbe andare al di là del graffito fine a se stesso, magari legata all'ambito religioso o ad eventuali luoghi di culto o riunione (forse perfino di età preromana?)
Ma di ciò manca ovviamente, almeno finora, qualsiasi prova.
Tutti comunque questi graffiti sembrano legati, vista la loro collocazione, ad un ambiente di boschi e pascoli, ad una popolazione che dalla terra, e dal suo allora equilibrato e rispettoso rapporto con essa, traeva il suo sostentamento e forse la sua identità.
Leonello Oliveri
Bibliografia essenziale
Dallavalle G Il menhir di Millesimo, 1969, Ponente d'Italia, XVII,1969,3
Rossi P. Roccia istoriata rinvenuta a Pianpaludo (Sassello), BCSP,7,1971,p.14
Prestipino C. Croci e coppelle nell'arte rupestre valbormidese, 1985
Oliveri L. Nuove incisioni rupestri in Val Bormida, 1988, BCSP,,24,pp.137-141
Prestipino C. Arte rupestre in Val Bormida, Com.mont."Alta Val Bormida"
Prestipino C. Il bric del murte', 1989, AVB, XXX, 1989,n.2
Prestipino C. Bric tana: i segni dell'uomo, 1996 bibl. Centro cult. Millesimo
Vietata la riproduzione di testi o disegni
@1998
1) Per quanto la conoscenza dei graffiti dell 'alta Val Bormida sia abbastanza recente, la bibliografia al riguardo è già nutrita. Segnaliamo in particolare: G. DELLA VALLE, Il Menhir di Millesimo, in "Ponente d'Italia", XVII, n. 3, Marzo 1969; M. ROSI, A. MAIA, Menhirs a coppelle nella zona di Millesimo, in 'Bollettino del Centro Camuno di Studi Preistorici" (d'ora innanzi BCCSP), VI, 1969; L.OLIVERI, Graffiti preistorici in Val Bormida ?, in "Rivista Ingauna ed Intemelia", XXXI-XXXIII, 1976-78, n. 114, pp. 194-95; L. OLIVERI, Incisioni rupestri in Val Bormida, in BCCSP, XVII, 1979, p. 116; C. PRESTIPINO, Incisioni rupestri in Val Bormida, in BCCSP, XIX, 1981, p. 106; E. PRATO-C. PRSTIPINO, Nuove incisioni rupestri nell'area millesimese, in "Sabazia", n. 2, Sv., 1982, p. 30; C. PRESTIPINO, Arte rupestre valbormidese, in "Alta Val Bormida Storia, Arte, Archeologia, onomastica', Millesimo, 1982, p. 10 ; C. PRESTIPINO, Croci e cappelle nell'arte rupestre valbormidese, in “Atti del I° Convegno storico Valbormida-Riviera. Economia e cultura attraverso i secoli", Millesimo, 1985, pp. 91-103; I. PUCCI, I menhirs dell'area millesimese, íbidem, pp. 88-90.
2) Simboli cruciformi con coppelle alle estremità sono tutt'altro che rari nell'ormai ricca tipologia delle incisioni rupestri per es. E. BERNARDINI, Arte millenaria sulle rocce alpine, Milano, 1975, foto nn. 36, 45, 83).
3) E. BERNARDINI, op. cit., p.99.
4) Gli elementi in nostro possesso non sembrano essere sufficienti, ovviamente secondo il mio parere, per definire questa come "una splendida pietra altare". Simili specifiche definizioni ("altare", "menhir", etc.) a mio avviso si dovrebbero usare solo come punto di arrivo, come conclusioni sulla base di elementi sicuri: questa pietra potrebbe anche essere, in teoria, un altare (o aver avuto una qualsiasi altra funzione) ma una definizione cosi precisa e caratterizzante è giustificata solo dopo averne avuto le prove: prove che, per quanto ne so, finora non sono state presentate. Un discorso analogo può farsi anche a proposito dei cosiddetti “menhirs” di Millesimo, non a caso non trattati in questo articolo. Col termine menhir si identifica infatti "un monumento megalitico formato da un unico blocco di pietra infisso nel suolo da parte di popolazioni neolitiche o calcolitiche (...) con, probabilmente, una funzione religiosa (...)" (Dizionario della Preistoria, SEI, Torino, 1973, p. 180). Al momento non possediamo invece nessun dato certo provante che il 'menhir' di Millesimo sia stato "eretto da popolazioni neolitiche o calcolitiche" ( e non, per es. da un contadino di 100 o 1000 anni or sono), con "funzioni probabilmente religiose" (e non, sempre per portare un esempio, come termine di confine a anche, semplicemente, per liberare un campo da un ingombrante pietrone). Anzi, non siamo neppure certi - finché non sarà effettuato uno scavo, che esso sia artificiale, cioè infisso dall'uomo in un'epoca più o meno remota.
Ciò non significa che un domani non si possa dimostrare che queste pietre sono effettivamente menhirs, ma una simile dimostrazione deve discendere dalla verifica di determinati elementi caratterizzanti.
Fino a quando la presenza di tali elementi (di cui nessuno intende negare la possibile, teorica, esistenza) non sarà stata verificata, è necessaria, a mio avviso, una certa cautela nella terminologia utilizzata.
5 ) A partire dal 1713 univa invece la Repubblica di Genova alle terre del Regno Sabaudo
6) Questo simbolo potrebbe però anche essere stato realizzato in due tempi, sfruttando e modificando un simbolo (cruciforme?) precedente
7) A proposito di questo complesso di graffiti abbiamo raccolto in loco una tradizione orale tramandata dai vecchi in due versioni. Secondo la prima essi ricorderebbero un fatto di sangue avvenuto in epoca imprecisata: nei pressi della pietra un viandante ( è ricordata anche la professione: muratore) sarebbe stato assassinato da un brigante a scopo di rapina, e le croci sarebbero un ricordo di tale fatto. Nella seconda versione, invece, questa pietra segnerebbe il luogo di sepoltura di un ufficiale “alemanno” caduto durante le guerre napoleoniche. Entrambe le tradizioni sono plausibili, la seconda - in particolare - presenta un termine 'tecnico' (=alemanno) preciso, non facente certo parte del lessico contadino di uso quotidiano, e una coincidenza con fatti storici reali ( i francesi utilizzarono questa mulattiera nel corso degli scontri dal 1793 al 1800 e nei pressi si svolsero combattimenti con le truppe Austro-Sarde che avevano come alleate truppe austriache con reggimenti “alemanní”
8) La tipologia presentata da questo graffito è - ovviamente, visto il soggetto - abbastanza comune. A titolo esemplificativo, senza voler con ciò ipotizzare coincidenze cronologiche o culturali, ricordiamo l’esistenza di due graffiti simili in Val Chisone-Gran Faetto e in Val Chiusella (v. E. BERNARDINI, op.cit., foto nn- 35, 42).
9) La zona dei graffiti fu, nel passato, terra di confine, separando in epoca medioevale le terre del Marchesato di Finale (Carcare, Pallare, Biestro) dai feudi dei Del Carretto del ramo Millesimese. Tale importanza aumentò con la fine del XVI sec. quando il marchesato di Finale passò alla Spagna, e con il 1713-1736, quando il confine separava la Repubblica di Genova dal Regno Sabaudo. Fu solo con la Restaurazione successiva al Congresso di Vienna(1814-15) che queste zone vennero unificate sotto Casa Savoia e la linea di confine fu ridotta a semplice demarcazione fra comuni limitrofi.
10 ) In nessuno di questi graffiti sono presenti nomi, iniziali, sigle o lettere dell'alfabeto. Poiché la natura umana è sempre la stessa e l'uomo è portato a lasciare il proprio segno, questa mancanza, pur tenendo presente il fenomeno dell'analfabetismo, potrebbe essere indice di antichità - almeno relativa - dei graffiti stessi: le incisioni lasciate nella medesima zona (al castello di Cengio) dai soldati che lo presidiarono nei primi anni del 1600 presentano infatti iniziali e nomi. Per nessuno di questi segni, a quanto mi risulta, è inoltre testimoniata un'origine simile a quella di un graffito esistente nel vicino comune di Mallare, in cui una croce incisa su un masso sarebbe il ricordo dell'erezione di una forca, ivi avvenuta alla fine del "600 (G. VICO, Mallare, memorie storiche, .A1ba, 1935, p. 114).


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